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A San Miniato in scena la vita di don Lorenzo Milani

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In pieno svolgimento a San Miniato, in Toscana, la Festa del Teatro 2017. Evento centrale della manifestazione il Dramma popolare che quest’anno mette in scena, dal 20 al 26 luglio, nella monumentale chiesa di San Francesco, lo spettacolo “Vangelo secondo Lorenzo”. Scritto da Leo Muscato e Laura Perini, ripercorre le tappe fondamentali della vita di don Lorenzo Milani, sacerdote e maestro di Barbiana a cinquant’anni dalla morte. Il servizio di Adriana Masotti:

Suono delle campane di Barbiana:

“Sono venuto a Barbiana per rendere omaggio alla memoria di un sacerdote che ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve. (….) Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani.”

Così il Papa il 20 giugno scorso in visita alla tomba del sacerdote fiorentino, don Lorenzo Milani, nel cinquantesimo della morte. Una visita e un riconoscimento tanto attesi. Diverse le iniziative quest’anno per celebrare l’anniversario. La Festa del Teatro di San Miniato, in suo onore ha scelto la “parola” che rende liberi e uguali come filo conduttore dell’edizione 2017. Spettacolo centrale il dramma: “Vangelo secondo Lorenzo” diretto da Leo Muscato. Ma qual è il Vangelo secondo don Milani? Ci risponde lo stesso regista:

R. – Noi, io e Laura Perini, che abbiamo scritto il testo, dal primo momento che abbiamo cominciato a studiare con una certa intensità la vita e tutto ciò che è stato scritto su don Lorenzo Milani, ci siamo fatti davvero l’idea che lui abbia trascorso la sua esistenza a cercare di incarnare nel suo operato quotidiano proprio i cardini della cristianità: lo stare dalla parte degli ultimi, degli avanzi in alcuni casi, rispetto a quella che era la società negli anni Cinquanta-Sessanta quando ha operato prima a Calenzano e poi a Barbiana. E tutte le battaglie che lui ha fatto lo hanno sempre in qualche modo poi messo in una condizione di svantaggio rispetto ai poteri forti che all’epoca lo hanno contrastato non poco.

D. – La biografia di don Lorenzo è ricca; ci sono stati tanti momenti importanti nella sua vita. il vostro lavoro ne privilegia alcuni?

R. – Noi l’estate scorsa ci siamo chiusi in un casale in Toscana per studiare e scrivere, e abbiamo commesso il primo grande errore che si può fare in drammaturgia: non siamo stati in grado di selezionare da subito cosa raccontare, perché ci sembrava inevitabile dover raccontare un po’ tutta quanta la sua vita. E abbiamo scritto un testo in quattro atti, che se avessimo dovuto metterlo in scena tutto quanto sarebbe durato anche otto ore. Poi alla fine per la messa in scena qui a San Miniato abbiamo optato soltanto per gli ultimi due atti che raccontano la vita di Lorenzo Milani a Calenzano e a Barbiana. Il 70-80% dei fatti che raccontiamo e delle parole che utilizziamo nel testo teatrale, sono parole scritte da Lorenzo Milani o fatti che ci sono stati raccontati da tutte le persone che abbiamo intervistato e che lo hanno conosciuto. Parlo delle interviste che abbiamo fatto agli ex allievi di San Donato e Barbiana: abbiamo trascorso diverse giornate con loro.

D. – Ecco dal suo operato di prete maestro – maestro perché prete, si potrebbe dire – emerge ovviamente l’importanza che la parola aveva per don Lorenzo: la parola che umanizza, una parola che per don Lorenzo serviva a riscattare – possiamo dire – i poveri…

R. – A noi ha affascinato moltissimo tutto l’operato di San Donato, quando lui appena arrivato, all’età di 24 anni, con una energia giovanile estremamente importante riesce ad animare, in una maniera quasi portentosa direi, una comunità che viveva anche l’aspetto liturgico in una maniera abbastanza superficiale. Questo dovuto all’aspetto più importante che lui ha rilevato subito: all’incapacità da parte della gente del popolo di capire – semplicemente capire – le parole che venivano pronunciate in Chiesa dal sacerdote, le parole dell’omelia; e il fatto che lui si sia ostinato nel desiderio di voler aprire una scuola popolare mettendo in atto un tipo di pedagogia alquanto anomala per i tempi.

D. – C’è qualche aspetto particolare o frase che l’ha colpita particolarmente e che magari ci vuole sottolineare?

R. – Un aspetto che ci ha affascinato molto del suo impegno a Calenzano sono state le varie battaglie che lui ha perpetuato nei confronti degli industriali tessili, che davano lavoro alla stragrande maggioranza di quella cittadina, contro lo sfruttamento del lavoro minorile, lo sfruttamento del lavoratore in generale, costretto a lavorare alla stregua dei migranti oggi che arrivano in Italia, sfruttati per esempio nelle campagne pugliesi. È veramente una figura che ci ha emozionato e anche ispirato in qualche modo.

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