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Don Tarcivia: per il Papa la catechesi è un incontro vivo con Gesù

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Il compito del catechista non è solo insegnare la dottrina cristiana, ma è soprattutto trasmettere agli altri il proprio incontro con Cristo, un incontro che gli ha cambiato la vita: questo, in sintesi, quanto ha detto Papa Francesco nel messaggio indirizzato a un Simposio sulla Catechesi che si è svolto in questi giorni a Buenos Aires. Ascoltiamo la riflessione di don Carmelo Torcivia, presidente dell’Associazione Italiana Catecheti. L’intervista è di Federico Piana:

R. – Il Papa molto acutamente fa passare la catechesi dall’essere semplicemente una dottrina che va insegnata, o se si vuole una forma di pedagogia religiosa, ad essere piuttosto un incontro vivo con Cristo, quindi con la prospettiva che tecnicamente si chiama “kerigmatica”. La catechesi è intrisa di questo rapporto con il Cristo e con la sua morte e risurrezione, per cui il catechista risulta un annunciatore di Cristo. Chiaramente c’è da fare differenza tra l’annuncio e la catechesi: questo il Papa lo sa bene e lo ha scritto anche in “Evangelii Gaudium”. E tuttavia la catechesi ha questa forza dentro di sé che è data proprio da questa vivezza del rapporto con Cristo. In questo caso la catechesi guadagna parecchio rispetto all’essere semplicemente un’attività di insegnamento.

D. – Per Papa Francesco la catechesi è anche l’esempio, perché in questo messaggio lui dice: “Quando visitiamo gli ammalati, quando diamo cibo ai poveri, ecco, questo è già predicazione…”

R. – E questo è quello che si chiede ad ogni ministro della Chiesa che sia esso prete o laico – poco importa – perché è chiaro che non possiamo svolgere il nostro ministero come se fosse semplicemente un mestiere. Se c’è una certa caratteristica questa ci dice che dobbiamo essere competenti; tuttavia non possiamo dimenticarci che è una missione vera e propria per tutti. E questo è importantissimo, perché è il livello di testimonianza che è esso stesso una predicazione.

D. – Come si può essere creativi comunicando Cristo?

R. – Semplicemente bisogna abbandonare l’idea che la catechesi equivalga al catechismo: il catechismo è uno strumento e come tale va utilizzato perché è importante che ci siano degli strumenti. E tuttavia non è l’unico. La stessa teoria catechetica del Novecento ci ha tenuto a dire che il fare catechesi significa fare riferimento alla Parola di Dio, al Vangelo. Allora come si può essere creativi? Se il catechista si limita semplicemente a leggere lo strumento ‘catechismo’ e a mediare anche didatticamente bene questo strumento certamente non è un creativo. Se invece il catechista ritiene suo dovere quello di essere ponte nei confronti del Vangelo, è il catechismo stesso a divenire – perché no – un ponte ancora una volta nei confronti del Vangelo: in questo caso ci può essere la creatività del catechista che, oltre allo strumento catechismo, dovrà per primo utilizzare la Bibbia e far capire che lì c’è la sorgente del nostro incontro con Dio. E questo è tutto un fatto creativo perché non ci sono protocolli che bisogna seguire pedissequamente né mediazioni che sono già pronte. Tutto dipenderà veramente dalla creatività del catechista.

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